Gran Sasso D'Italia

ovvero non è poi così difficile morire

Questa poteva essere la nostra ultima escursione.
In un ormai lontano giorno estivo del '98 decidiamo di affrontare l'ascensione sulla cima del Corno Grande del Gran Sasso. L'idea di respirare l'aria cristallina dei quasi tremila metri ci stuzzica non poco.
Cominciamo a salire, seguendo il sentiero che parte dall'albergo alla fine della funivia. Dopo poco arriviamo ad un bivio: a sinistra "Panoramica" a destra "Direttissima". Non ci vuole certo un genio della fisica per capire che a parità di dislivello, più è breve una via più è ripida. Fabrizio :"Non preoccupatevi, dobbiamo prendere la direttissima. Io l'ho fatto quando avevo 15 anni, con mio padre e mia sorella. C'era pure un prete con noi!"
E' l'inizio di una tragedia. Prendiamo per la direttissima, che fedele al suo nome punta contro la montagna come se volesse bucarla da parte a parte.
Dopo un'ora di cammino ci troviamo di fronte ad un muro. I segni rossi sembrano proseguire fra le rocce.
"Fabrì, ma sei sicuro che la strada è questa e che l'hai fatta con un prete e con tua sorella?"
"Sì sì, tranquilli, sicuramente sarà solo una parte di arrampicata"
Cominciamo così ad arrampicarci, e tutto sommato l'inizio è facile, ma man mano che saliamo la difficoltà aumenta, finchè arriviamo ad un punto in cui il trekking lascia decisamente spazio all'alpinismo.
Farizio "Bè, effettivamente mi sa che questa non era la strada che ho fatto a 15 anni". Mentre dice questa frase Massimo è con un piede appoggiato ad una roccia, uno ad un'altra un metro più a destra ed il vuoto nel mezzo.
Quasi in preda alla disperazione, proseguiamo ormai per mancanza di alternative. Fortunatamente ci raggiungono un paio di scalatori che ci aiutano nel tratto finale dell'ascensione, facendoci un mini corso di arrampicata.
L'unico problema è che io seguo gli scalatori e ascolto i consigli, Fabrizio guarda me e mi sale dietro, ma Massimo è l'ultimo della fila e quello che vede è Fabrizio che mette i piedi chissà dove, per cui, per un paio di volte rischiamo di lasciarlo in qualche anfratto del Gran Sasso.
Finalmente la vetta. La cima è ormai invasa dai tanti turisti che hanno preso le altre vie per salire e allegri e ciarlieri mangiano e bevono.
Noi tre abbiamo appena la forza di tirare fuori il nostro pasto frugale e cominciare a consumarlo in silenzio, ciascuno assorto nei propri cupi pensieri, in fondo grati di poter ancora gustare il sapore dei cibi.
Ripresici dalla brutta esperienza cominciamo a scendere.
Massimo, all'improvviso l'incoscenza, ubriacato ormai dall'adrenalina secreta in quantità industriali durante la salita, consiglia di prendere la via delle creste: viene lapidato.
Scendendo incontriamo la lapide di un turista morto sulla via delle creste: Massimo viene lapidato un'altra volta.
Un allegro trekker della domenica scatena una piccola frana che a momenti mi travolge, ma sembra proprio che oggi io non debba morire.
Arriviamo alla seggiovia verso iltramonto. Ci voltiamo a guardare la montagna, rossa per i riflessi vesprini. Non c'è più l'arroganza della sfida nei nostri occhi, ma solo tanto rispetto. Qualcosa di noi è rimasto tra quelle rocce, e qualcosa di quelle rocce è venuto via nei nostri cuori.