Monte Velino

1592. Forse in quell'anno qualcuno stava festeggiando il centenario della scoperta dell'America. Forse c'era da festeggiare, forse no, comunque oggi non parleremo di storia.
1592 centimetri cubici, forse non è una cilindrata esagerata per un automobile o forse è sufficiente per le esigenze di quasi tutti noi, comunque oggi non parleremo di automobili.
1592 Euro? No.
1592 chilogrammi? No.
1592 moli? No.
1592…
1592 metri. Si, millecinquecentonovantadue metri. Il dislivello tra Massa D'Alba, un paese dimenticato da Dio, e la cima del monte Velino, un ammasso roccioso che Dio ha messo in Abruzzo per punire Adamo e la sua peccaminosa progenie. Parleremo di questo dislivello, e di come quattro discendenti di quel primo peccatore si apprestarono ad uscire dalla storia per entrare nella legenda.

Un sole caldo illuminava il paesaggio desolato che si stendeva davanti ai quattro. Una vasta distesa di terreno spoglio, interrotto da poche chiazze verdi di alberi disposti in quel modo regolare tipico dei programmi di rinfoltimento della vegetazione. Il terreno piegava, dapprima gradatamente, verso l'alto e colla quota scomparivano quei boschetti innaturali, per lasciare il terreno a radi ciuffi erbosi dal colore verde-giallastro, tipico di un terreno povero di nutrimento e d'acqua. Quella che in principio era una salita diventava infine una parete sempre più scoscesa. Più su scompariva anche il terreno e la superficie della montagna assumeva il colore bianco della roccia calcarea.
La montagna era lì, esisteva e questa era una ragione sufficiente. Per rendere l'impresa più affascinante i quattro avevano deciso di compierla in condizioni estreme. Portavano con loro solamente tre litri d'acqua e per aumentare la sofferenza il cibo era tutto salato: panini al salame e al prosciutto, biscotti secchi e tutto ciò che poteva causare sete. Due di loro, Luca e Roberto, avevano deciso di compiere la scalata con normali scarpe da ginnastica, rinunciando alle più comode e sicure scarpe da trekking. La temperatura era molto alta: 25-30°. La partenza era stata fissata alle 10.30 di mattina in modo da salire nelle ore più calde della giornata per poter meglio assaporare la sete. Ovviamente il percorso era il 5 "la direttissima" il più scosceso, il più impervio, l'inviolato. Il tempo di salita stimato dal CAI era di quattro ore. Altre associazioni davano tempi maggiori, solitamente quattro ore e mezza. Questi tempi dovevano essere migliorati, anche per questo Luca e Roberto imposero fin dall'inizio un ritmo elevato, nonostante i lamenti di Fabrizio, detto "il lento". Erano abituati a sentirlo lamentare e avevano già deciso che se avesse ceduto lo avrebbero portato sulla cima di quel maledetto monte a spalle.
Mentre salivano affrontarono nella loro conversazione temi di importanza mondiale, problemi esistenziali, discussioni teologiche. Tutti argomenti in linea con l'elevata caratura culturale dei quattro. Cosa si dissero in dettaglio però, nessuno lo ricordò mai; l'aria rarefatta, la sete provocata dal razionamento dell'acqua, l'assenza di sangue al cervello cancellarono molti dei loro ricordi. È stato possibile risalire solo a uno stralcio di una discussione teologica tra Claudio e Roberto. Al primo che si vantava di avere il doppio dello Spirito, il secondo rispose "il doppio di nulla è nulla", e quando Claudio ribatté "dipende da cosa chiami Spirito", Roberto chiuse con "un tipo particolare di alcool".

La conversazione comunque divenne sempre più frammentaria man mano che il sentiero diventava un acciottolato di pietre che cedevano sotto i piedi dei nostri eroi rendendo la salita ancora più lunga. Infine lasciò il posto al silenzio, quando i sentieri lo lasciarono alla scalata. Un silenzio interrotto solamente dal rumore delle rocce che franano e dai pochi uccelli che si spingono a quelle quote per il solo desiderio di arrivare. Perché a quell'altezza non c'è più nulla per cui alcun essere vivente possa trovare un motivo per lottare. Non c'è nulla eccetto il Nulla, che forse è la più grande delle cose che si trova su questo piccolo mondo. Perché solo quando tutte le luci e i rumori e gli oggetti e gli odori con cui abbiamo riempito questo pianeta sperando di renderlo più accogliente, e trasformandolo invece in un caotico ricettacolo di vuote distrazioni, smette di lacerare i nostri sensi, solo quando tutto il caos del mondo "civile" è lontano solo allora possiamo davvero prendere atto del disordine dentro noi stessi e tentare di rimettervi ordine.
I quattro ascoltavano sé stessi, ascoltavano il dolore; dei muscoli tesi all'estremo; del sole che col passare delle ore si era trasformato in un inferno in cielo che brucia la pelle e l'anima; degli occhi accecati della luce; della sete che secca la gola e pungola il corpo.
I quattro ascoltavano il dolore che prende il sopravvento su tutto, che cancella tutto ciò che non è dolore. Il dolore che distruggendo, pulisce e rigenera.
I quattro salirono; salirono per tre ore e mezza; salirono nonostante tutto; salirono nonostante tutti; salirono fin quando ebbero fiato in corpo; salirono fin quando la cima del monte Velino non fu sotto i loro piedi. Allora la pace interiore li pervase, e insieme al percorso alpino terminarono anche quel viaggio interiore alla ricerca di sé stessi. Allora rinacquero.

Dopo pranzo l'acqua, che era stata razionata per tutta la salita, era finita. Mancavano ancora due ore e mezza di discesa e i quattro assetati non avevano più una goccia di acqua nelle bottiglie né una goccia di sudore in corpo. Mancavano due ore e mezza all'acqua, e ogni secondo che trascorrevano sulla cima di quel monte, ogni secondo che spendevano ammirando il paesaggio era un secondo che li allontanava dall'acqua, era un secondo di cui il sole approfittava per estorcere a quegli stanchi corpi qualche altra goccia di prezioso liquido.
In questo mondo con pochi fortunati e molti infelici, sicuramente non esiste una Giustizia Divina che compensi gli squilibri. Eppure, ogni tanto, proprio quando non deve, Essa si manifesta. Così l'eroico Roberto che nella scalata era stato "il primo tra i pari" nella discesa divenne l'ultimo. Forse le sue scarpe da ginnastica erano inadatte, forse aveva bevuto meno degli altri per lasciar loro più acqua, forse le profonde ferite riportate nella lotta contro un orso durante la salita lo avevano debilitato, forse fu vittima di un incantesimo di qualche Dio ingiusto. Non importa quale sia stata la causa, l'effetto fu drammatico. Oltre il danno la beffa di dover sentire Fabrizio "il lento" che si vantava di essere il più veloce nella discesa. Fabrizio che scivolava sgarandosi la mano e canzonava gli altri quando scivolavano a loro volta. E nessuno poteva dire nulla perché lui era davanti e si godeva il suo effimero successo. Non ascoltava le giuste parole di Claudio che gli diceva "Fabrizio, prima che l'acqua bagni le nostre labbra i primi torneranno primi e gli ultimi ultimi". Non starò a raccontare di quanto sia stata lunga la discesa, e della sete che impasta la bocca, e di come si avverarono le parole di Claudio e quando la discesa iniziò a diventare meno ripida alcuni iniziarono a correre e altri no, e di come sia bello ritrovare sé stessi ma ritrovarsi a duemilacinquecento metri sul mare e dovere scendere a novecento senza acqua per ritrovare l'automobile è una bella scocciatura. Non starò a raccontare del dolore ai quadricipiti, e delle mucche che bevevano leccando il tubo da cui i quattro dovevano prendere l'acqua e che con le lingue facevano a quel tubo giochetti al cui confronto un bacio alla francese è rozzo. Non racconterò altro, perché ho già tentato di descrivere l'indescrivibile, per tutto il resto bastano i ricordi.